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domenica 31 luglio 2016

PATIENTIA da MEMORIE DI ADRIANO

La "mia" copia di Memorie di Adriano (ne ho tre o quattro ma la "mia" è una edizione dell'88 degli Struzzi-Einaudi) è rimasta in terrazza l'altra notte, è piovuto, si è bagnata. Niente di irreparabile: aveva un'aria vissuta prima, ancor più vissuta appare adesso.
PATIENTIA titola la Yourcenar l'ultimo capitolo del libro confessione nel quale l'imperatore Adriano fa il suo bilancio di vita in una lunga lettera indirizzata al nipotino MARCO, che diventerà imperatore con il nome di MARCO AURELIO. Con MARCO AURELIO l'impero romano raggiunge l'apice della sua potenza e del suo splendore. TELLUS STABILITA, l'impero del secondo secolo raggiunge la sua massima espansione territoriale dopo le vittoriose campagne militari di Traiano contro i Parti, le vittorie di Adriano in Scozia (basti pensare a quale latitudine è stato costruito il VALLUM ADRIANUM). E con Marco Aurelio suggella la sintesi dela cultura filosofica greca con quella romana. SAECULUM AUREUM, pacificato, multietnico ( i cinque imperatori del secolo sono di origine spagnola) UNIVERSALE, punto di riferimento per il mondo con la lingua che unisce tutti, le opere di architettura e di  ingegneria a disposizione di tutti, le strutture giuridiche consolidate per secoli che regolano diritto civile e diritto pubblico, faro luminoso per tutti.
PATIENTIA dicevo: stavo leggendo alcune pagine di quel capitolo. Ormai, quando ne ho voglia o, meglio, ne sento il bisogno, apro a caso. So sempre dove mi trovo. 
Adriano, ormai anziano - mai vecchio - ma pesantemente malato di un male principale e tanti piccoli mali accessori, coltiva pensieri di morte.
"Volevo morire: non volevo soffocare; la malattia disgustosa della morte; si vuol guarire che è una maniera di voler vivere. Ma la debolezza, la sofferenza, mille miserie corporali dissuadono ben presto il malato dal provarsi a risalire la china: non si vuol saperne di tregue che sono  tranelli, di forze vacillanti, di ardori incompleti, di questa perpetua attesa della prossima crisi..................non mi sento più la forza che mi ci vorrebbe per immergere la daga nel punto esatto"
Sentendo di non aver più la forza per farcela da solo, chiede al suo capocaccia Mastore di aiutarlo; ma Mastore si rifiuta inorridito. Poi chiede al giovane medico Giolla, che il suo medico personale Ermogitone aveva scelto come sostituto durante le sue assenze, di procurargli quel di cui abbisognava. Giolla non poteva tradire il giuramento di Ippocrate ma nemmeno non dare esecuzione ad un ordine perentorio del suo imperatore di procuragli la pozione fatale. Lacerato da questa contraddizione Giolla si suicida.
E Adriano capisce che non può sottrarsi al suo destino che è quello di vivere.
"Ho compreso che il suicidio apparirebbe una prova di indifferenza, fors'anche di ingratitudine, alla piccola cerchia di amici devoti che mi circondano; non voglio lasciare al loro affetto questa immagine del suppliziato che digrigna i denti e  non sa sopportare ancora una tortura."..............."L'esistenza mi ha dato molto, o, perlomeno, io ho saputo ottenere molto da lei; in questo momento, come ai tempi in cui ero felice, e per ragioni completamente oposte,, mi sembra che non abbia più niente da offrirmi, ma non sono certo di non avere più nulla da imparare da lei. Ascolterò sino all'ultimo le sue istruzioni segrete. Per tutta la vita, mi sono fidato della saggezza del mio corpo; ho cercato di assaporare con criterio le sensazioni che questo amico mi procurava; devo a me stesso di apprezzarne anche le ultime. Non respingo più questa agonia fatta per me, questa fine lentamente elaborata dal fondo delle mie arterie, forse ereditata da un antenato, preparata poco a poco da ciascuno dei miei atti nel corso della mia vita. L'ora dell'impatienza è passata; al punto in cui sono, la disperazione sarebbe di cattivo gusto tanto quanto la speranza. Ho rinunciato a precipitare  la mia morte.
patientia, patientia, per me e per chi mi sta vicino
 

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