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mercoledì 24 gennaio 2018

LA DEINDUSTRIALIZZAZIONE DEL SISTEMA iTALIA

L'articolo di ieri è stato letto, e, mi sembra, apprezzato, da un discreto numero di persone. E allora resto sull'argomento per qualche ulteriore riflessione.
Mettiamo a confronto l'anno in corso con.................il 68. (Questi 50 anni sono volati e mi viene da pensare a quel bel pezzo di VASCO " eh gIà, e sono ancora qua................"
Considero il '68 come l'anno culmine di un ciclo iniziato il 25 Aprile '45 nel corso del quale il Paese ha avuto il più lungo e più imponente processo di sviluppo della sua storia, trasformandosi da Paese prevalentemente agricolo in Paese industriale, dotandosi di un sistema di infrastrutture al passo con i tempi e mettendo in piedi lo "stato sociale"(scuola, sanità, pensioni) che stiamo smantellando con colpevole leggerezza senza renderci conto di ciò che questo comporta
E allora, mi si potrebbe obbiettare, è da imputare al 68 il processo involutivo che ha caratterizzato i decenni successivi. Assolutamente no, rispondo. Il 68 è stata una occasione irripetibile, per l'Italia e per l'Europa, per fare un ulteriore salto di qualità, distribuendo la ricchezza su un sempre maggior numero di cittadini, riducendo gli squilibri sociali, creando i presupposti  per un benessere diffuso in una società con meno tensioni, più equilibrata e, in definitiva,  più giusta, e, aggiungo, più felice. Una società che potremmo chiamare a buon diritto: socialdemocratica
E invece:
- gli Stati Uniti videro ciò che succedeva in Europa come un tentativo da parte dell'Unione Sovietica di non rispettare gli equilibri di Yalta e...........................reagirono con la strategia della tensione
- si decise di smantellare 'IRI", a mio avviso il più grosso errore strategico del dopoguerra, e l'ENI continuò a perdere peso sulla scena internazionale dopo che Enrico Mattei, che dava parecchio fastidio alle compagnie petrolifere statunitensi era stato eliminato nel 1963 con il sabotaggio dell'aereo che lo riportava a Milano dalla Sicilia e che era precipitato nelle campagne di Bescapè in provincia di Pavia
- la classe imprenditrice, che già aveva  masticato amaro con la nazionalizzazione dell'energia elettrica e i primi governi di centro sinistra, credette ormai imminente l'assalto al Palazzo d'Inverno e si richiuse
- il PCI, che di fantasia ne aveva avuta sempre poca, si lasciò travolgere dalla "fantasia al potere" e cominciò a capire sempre meno di ciò che stava evolvendo
- i SINDACATI, euforici per l'importanza che il loro ruolo aveva assunto, cominciarono ad elaborare bizzarre teorie come quella del "salario variabile indipendente"
- la CHIESA............si riempì di massoni. Lo sapevate che Marcinkus entrò in massoneria nel 1967 e che risulta compreso nella lista di 121 ecclesiastici massoni pubblicata da OP, l'Agenzia di Mino Pecorelli, poi ucciso in circostanze poco chiare? Il filo c'è sempre se si sa come cercarlo-.
Ma torniamo al confronto tra i due anni:
- nel '68 l'Italia era ormai "motorizzata". La FIAT aveva il 70%  del mercato auto che venivano prodotte a Mirafiori, a Cassino, a Termini Imerese
- i pneumatici li fabbricava la Pirelli alla Bicocca, viale Sarca Milano
- le batterie le produceva la MAGNETI MARELLI a Milano
- il cemento per costruire la rete autostradale, i ponti, i viadotti, lo forniva l'Italcementi del Gruppo Pesenti di Bergamo
- il mercato delle moto era dominato dalla Piaggio di Pontedera con la sua Vespa. Ma anche la Lambretta fabbricata a Milano si difendeva  bene. Entrambe esportavano parecchio.
- Fiat Veicoli industriali era nettamente leader nel settore
- Breda Ferroviaria e Fiat costruivano motrici di treni e vagoni competitivi sui mercati.
- non c'erano i computer e i telefonini. Olivetti ad Ivrea era leader nel settore delle macchine da scrivere conosciute  in tutto il mondo. I telefoni li fabbricava la Italtel e Torino e a Caserta
- avevamo scoperto le gioie della lavatrice e della lavastoviglie. Leader il marchio Ignis di Varese, affiancato dalla Indesit del Gruppo Merloni, dalla Candy di Muggiò. Il caffè lo facevamo con la Moka della Bialetti fabbricata sul lago d'Orta
- la nostra industria siderurgica era la più importante d'Europa in competizione con quella tedesca e quella francese. Siderurgia pubblica (Italsider a Genova, a Terni, a Taranto) e privata (Falck a Sesto S,Giovanni che non a caso  veniva chiamata la Stalingrado d'Italia) Lucchini a Brescia, Riva)
-dai cantieri navali di Genova, Trieste, Ancona,uscivano navi merci e passeggeri a ritmo costante
- presidiavamo bene anche il settore chimico con la privata MONTEDISON (stabilimenti in tutta Italia), la SIR in Calabria, e pubblica(ENI in Sicilia, Puglia, Sardegna) 
- nel settore farmaceutico siamo stati sempre tributari dell'estero ma FARMITALIA aveva una posizione di rilievo anche a livello internazionale; suo ad esempio il brevetto della RIFAMPICINA
- nel settore tessile, la città dove abito, Busto Arsizio, era chiamata la Manchester d'Italia per i suoi cotoni ed i suoi tessuti, il biellese era un distretto concentrato su prodotti di qualità, Prato su prodotti di più bassa qualità ma entrambi vendevano e tanto
- Carrara e la provincia di Massa erano leader a livello internazionale nel settore della lavorazione dei marmi
- producevamo e mangiavamo tanto zucchero. Leader la Eridania del Gruppo Ferruzzi ma c'era tutta una rete di zuccherifici di proprietà italiana (Maraldi, Montesi
- Parmalat si era affermata come primo operatore del settore latte e derivati, Calisto Tanzi guidava l'azienda da Collecchio a pochi chilometri da Parma
- il settore "cioccolato" era saldamente in mano alla Ferrero di Alba (Cuneo) la cui NUTELLA era venduta in tutto il mondo
potrei continuare per ore. Fate mente locale su quello che è rimasto
Si qualche nuovo operatore c'è(le scarpe TODS, i freni della Brembo, gli occhali della Luxottica, molte medie aziende della meccanica fine, le griffe della moda (molte di proprietà straniera) ma il quadro è questo  e bisogna rifletterci su prima di "sparare" ricette economiche " a spanne"Io non sono pessimista per partito preso ma sono una persona adulta e non mi lascio imbonire
... E

lunedì 22 gennaio 2018

LA DEINDUSTRIALIZZAZIONE DEL SISTEMA ITALIA

La campagna elettorale sta entrando nel vivo e si sta caratterizzando, in queste prime fasi, per l'approccio rozzo ai tanti temi davanti ai quali si trova di fronte il Paese e per i messaggi diretti a colpire il potenziale elettore con roboanti promesse di riduzione di imposte, aumenti di bonus, provvedimenti vari a favore dei cittadini, senza alcun ruferimento alle coperture finanziarie, ai vincoli di bilancio, al buon senso.
Contestualmente continua senza soste la deindustrializzazione della nostra economia con una continua emorrargia di posti di lavoro che difficilmente saranno recuperabili. Occorre non dimenticare che la chiusura di uno stabilimento, di un sito produttivo, comporta  effetti sull'indotto diretto e indiretto, e, soprattutto, fa perdere la capacità di creare knowhow nel settore specifico. Con la velocità di cambiamento che caratterizza l'attuale fase restare indietro significa perdere praticamente per sempre capacità competitive. Sono 160, al momento, i dossier all'esame del ministro Calenda, alcuni di notevole importanza.
Ne segnalo i più rilevanti:
- la EMBRACO, azienda piemontese facente capo alla multinazionale statunitense Whirpool, sta licenziando 497 persone
- l'ILVA: lo stabilimento di Taranto è la più grande acciaieria d'Europa sulla quale poggia l'economia di tutta la provincia di Taranto. Già di proprietà pubblica (Iri-Finsider) l'Ilva è stata commissariata nel 2015 (apparteneva al Gruppo Riva). Nel Giugno 2017 la gara per l'aggiudicazione è stata vinta dalla Joint-venture Gruupo Mittal(indiano) gruppo Marcecaglia ma su Taranto ci sono moltissimi problemi perchè le bonifiche ambientali che dovevano essere fatte non sono state fatte. I posti di lavoro a rischio sono migliaia
- ALITALIA: se fosse stata venduta a suo tempo ad AIR FRANCE forse il problema non sussisterebbe; ma un certo Silvio Berlusconi disse che non se ne parlava neanche, c'erano i "capitani coraggiosi" pronti ad intervenire. Probabilmente i capitani tanto coraggiosi non erano perchè se ne è persa traccia. E adesso Alitalia è un buco nero, nessuno la vuole se non a costo zero e continua ad assorbire risorse finanziarie in abbondanza. C'è una offerta Lufthansa che condiziona l'acquisto al taglio di 2.000 posti di lavoro. Sembra sia ritornata in gioco Air France a fianco di Easy Jet; il futuro è incerto.
- IDEAL STANDARD: chi non ha presente i sanitari della Ideal Standard? Bene, la proprietà ha deciso di chiudere lo stabilimento di Roccasecca, nel Lazio. 500 posti di lavoro a rischio.
Questi sono i casi di maggior rilievo che mi sono venuti in mente ma tutta l'economia italiana è così. Come si possa essere ottimisti in un simile contesto non lo so e, soprattutto, considero irresponsabili i messaggi di ottimismo che alcune parti politiche lanciano a soli fini elettoralistici.